ENZO PENNA

Parlare di Enzo è facile. Per tutta una serie di ragioni: timidezza, modestia, capacità sensibile…  Conoscendolo è facile guardare il suo lavoro fotografico che, timidamente, modestamente e sensibilmente diviene eco del suo sé. Indicativamente potrei utilizzare, sperando di non essere banale, una parola: “memoria”, o ancor meglio una frase: “memoria del tempo sospeso”. Ma, forse, questa è prerogativa più che di Enzo, in generale della fotografia.

Allora qual è il valore di Enzo Penna? Probabilmente la tempestività, la capacità di discernere e, paradossalmente, la sua chiusura: il fermarsi sulla soglia di quello che è diventato il presente della sua vita, fotografia di un tempo ancora attuale ma, in un certo senso, già accaduto.

Così il fotografare diviene azione impietosa e pietosissima al tempo stesso. Mostra la perdita della relazione di continuità antropologica nella quotidianità di un luogo e di un ambiente sociale preciso. Sia chiaro, non è la perdita del passato e del futuro a ossessionare il susseguirsi delle annotazioni in immagini di Penna, ma la loro predestinazione ad una dimensione di intangibilità, di esclusione da una vera possibilità di essere forza viva dell’agire (e del pensare) quotidiano. Il nero delle cose (e in ciò includo anche le persone) diviene “direzione delle cose”, significa perciò la perdita di opacità del sé, la scomparsa del “segreto” che ognuno almeno una volta ha pensato di portare attraverso la propria esperienza come vera fonte di senso e di rivelazione. Così è la “trasparenza” del nero che frustra ogni residua possibilità di trovare la via per una dimensione diversa: il dettaglio enfatizzato diventa ferocemente chiaro, ridotto ad entità denotativa, funzionale alla fluidità narrativa ricreata attraverso il lavoro della forma. Qui la fotografia è al servizio (anche le sue storture, le ripetizioni, i lievi lapsus lo sono) di un’urgenza più grande, vale a dire il bisogno continuo ed ostinato del volersi consegnare a un destino.

Ninni Donato