Installazione ambiente – patchwork
Federica De Stefano – Larissa Mollace
Ecco dove nascerà l’opera:: 38.162758,15.8434450
IL CAPPUCCETTO ROSSO
C’era una volta una bambina.
Anzi, tante. Tutte dello stesso villaggio, perché tutto il mondo è paese.
A ognuna era stato detto di non uscire dal sentiero, perché là fuori è pieno di creature dal pelo folto, pronte a mangiarle vive.
Così la strada si faceva sempre più tracciata, più stretta, più sorvegliata.
Impervia che fosse, tutte le bambine seguivano i “buoni consigli”.
Nessuno, però, aveva mai detto agli altri — semplicemente — di non mangiare le bambine.
“Cappuccetto Rosso” è un’installazione di land art ispirata alla fiaba omonima di Charles Perrault.
In questa narrazione il lupo è ambiguo: uno sconosciuto con folti peli neri, affamato, che parla, inganna, si traveste da nonna, si mette a letto… e la mangia.
Il doppio senso è evidente. Ma ancor più inquietante è la normalizzazione della predazione.
L’uomo-lupo non viene punito.
Perrault vuole mostrarci l’altro lato della medaglia:
se ti capita, è colpa tua.
Cappuccetto è punita per aver sbagliato a fidarsi del prossimo — e, prima ancora, di sé stessa.
Perché “era bella, ben fatta, gentile. E ha ascoltato uno sconosciuto.”
Cappuccetto Rosso non è solo una fiaba.
È la descrizione di un sistema.
Uno sguardo che ci osserva, ci definisce, ci desidera, e infine ci punisce.
Come se il pericolo non fosse il lupo,
ma l’inclinazione naturale della donna alla disobbedienza, alla curiosità, al desiderio.
Un lungo cappuccio rosso, cucito insieme come una pelle comune, scende dall’albero e raccoglie storie che si intrecciano.
Storie di chi ha deviato dal sentiero. Di chi è stata creduta. Di chi ha gridato nel bosco. Di chi ha fatto ritorno. Di chi non è mai tornata.
Accanto al cappuccio, un cestino:
non un’offerta da portare in silenzio, ma uno spazio aperto al dono.
Chi attraversa il bosco può lasciarvi un oggetto, una parola, un gesto che parli di resistenza, sorellanza, trasformazione.
Un segno per dire:
“Anche io voglio riscrivere il finale.”
What didn’t you do to bury me,
but you forgot that I was a seed.”
(“Cosa non hai fatto per seppellirmi, ma ti sei dimenticato che ero un seme.”)
Questa frase di Dinos Christianopoulos, poeta greco che ha vissuto l’emarginazione, è diventata un simbolo universale di resilienza e rinascita.
Adottata da movimenti femministi, attivisti e comunità indigene come i Zapatisti, ci ricorda che ogni tentativo di soffocare la libertà genera nuova forza.
Questa installazione celebra proprio quella capacità di trasformare la sofferenza in seme di speranza e cambiamento.
BIO
FEDERICA DE STEFANO
Federica De Stefano è una fashion designer italiana con oltre sette anni di esperienza nel settore moda e un background solido in Fashion & Textile Design, costume per lo spettacolo e scenografia. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria e specializzata alla NABA di Milano, unisce competenze tecniche sartoriali a una visione artistica raffinata e contemporanea.
Ha collaborato con brand e istituzioni, tra cui YMYX, la Nuova Accademia di Belle Arti e l’Accademia di Reggio Calabria come tutor accademico. Il suo lavoro si distingue per l’attenzione ai materiali, alla sostenibilità e alla narrazione visiva, con una forte conoscenza della storia dell’arte, della moda e delle tecnologie digitali applicate al design. Ha partecipato a eventi nazionali e internazionali come la Milan Fashion Week e la International Fashion Week in più edizioni, portando in passerella collezioni che fondono artigianalità e sperimentazione.
LARISSA MOLALCE
Nata nel 1989, Larissa Mollace sviluppa fin da giovanissima un linguaggio espressivo personale, in cui fotografia, grafica d’arte e installazione si intrecciano in una ricerca estetica coerente e originale. Si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, dove consegue il diploma in Grafica d’Arte nel 2013. Nello stesso anno approfondisce il proprio interesse per la dimensione scenica e performativa ottenendo il Diploma di Arti Drammatiche presso il Teatro Calabria di Rodolfo Chirico. Prosegue il suo percorso di perfezionamento tra Roma e Milano conseguendo due master, in Fotografia Creativa alla NABA di Milano e successivamente quello di secondo livello in Fotografia Analogica e Ricerca Creativa presso l’Accademia Romana della Fotografia e del Cinema, sotto la guida di Augusto Pieroni (2015).
Larissa Mollace ha partecipato a numerose manifestazioni artistiche di rilievo nazionale che hanno segnato il suo percorso professionale e creativo. Tra queste, si segnalano l’Expo Arte di Bari del 2012, storica fiera internazionale di arte contemporanea, le molteplici edizioni del Face Festival di Reggio Calabria, a cui ha preso parte dal 2013 al 2019 e nuovamente nel 2023, festival multidisciplinare si distingue per l’integrazione di esposizioni, performance e installazioni, coinvolgendo artisti locali e internazionali in un dialogo dinamico con il territorio. Ha inoltre esposto in sedi prestigiose quali le Officine Miramare nel 2016 e l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria nel 2013. Tra le sue esperienze più recenti si evidenziano la partecipazione all’Aspromondo Face Festival 2023, tenutosi nel Bosco degli Artisti di Gambarie d’Aspromonte, evento che coniuga arte e natura in un contesto unico, e la presenza al Cenacolo delle Donne presso il Palazzo della Cultura Pasquino Crupi di Reggio Calabria, manifestazione dedicata alla valorizzazione delle arti femminili e alla riflessione su tematiche di genere. Larissa Mollace con l’installazione “Lacrimarium”
Installazione site-specific partecipa alla Biennale dello stretto del 2024, dove indaga il superamento del lutto tramite i rituali folcloristici e le radici culturali della nostra terra. Il più recente ambito di ricerca vede Larissa Mollace coinvolta nel “Laboratorio delle Radici – Narrazioni”, progetto promosso da Italea Calabria, iniziativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, coordinata da Radici in Viaggio srl– Impresa Sociale. Oltre all’attività espositiva, Larissa lavora come art director e fotografa, sviluppando progetti in ambito editoriale e culturale. Il suo lavoro, pubblicato su riviste come Dark Magazine, KAOS Magazine e Corriere della Calabria, si distingue per l’attenzione alla dimensione simbolica dell’immagine e alla comunicazione emotiva tra opera e spettatore.
L’universo visivo di Larissa Mollace si configura come uno spazio liminale, sospeso tra realtà e visione, dove l’opera d’arte non è mai semplice rappresentazione, ma traccia viva di una presenza emotiva, psichica e simbolica. Artista visiva, fotografa e performer, Larissa elabora un linguaggio personale che fonde i codici della grafica d’arte, della fotografia analogica e digitale, dell’illustrazione e della performance in una continua metamorfosi del visibile.
L’ artista ha scelto di collocare la propria ricerca al crocevia tra immagine e corpo, tra gesto e narrazione. Nei suoi autoritratti – spesso concepiti come tableaux vivants interiori – il volto e la figura si offrono come specchio emotivo, luogo di trasfigurazione poetica e interrogazione identitaria. L’opera diviene, così, diario visivo e insieme rito di esposizione, apertura sensibile all’altro.
Il suo approccio estetico è fortemente radicato in una visione romantica e post-simbolista della creazione artistica, nutrita da riferimenti filosofici, letterari e cinematografici. L’immaginario si alimenta di archetipi, visioni oniriche e detriti del quotidiano, componendo un lessico visivo perturbante, dove convivono malinconia e desiderio, silenzio e urgenza espressiva.
Dichiara che: “Creare arte e vivere nell’arte altrui è un antidoto al male di vivere, al tedium vitae, allo spleen e alla nausea… una condizione alla quale non si può sfuggire, perché diviene bisogno espressivo” Con queste parole rivela l’essenza della sua pratica: l’arte come necessità, come gesto salvifico e come strumento di conoscenza reciproca e riflessiva.
